Il
mercato belga
sembra, tra i quattro analizzati, il più rigido. Le
grandi istituzioni non sono ancora consapevoli del
ruolo che potrebbero svolgere in rete, e del ruolo
che la rete ha presso le nuove generazioni, in particolare
con la connessione alla musica e al suo processo creativo
e fruitivo. La ricerca evidenzia una certa distanza
tra il mondo accademico e quello delle comunità di
nuovi musicisti, con una serie di osservazioni, puntualmente
rilevate dalla ricerca, che puntano il dito su un
aspetto decisivo: la musica elettronica e la rete
non fanno ancora parte dei programmi culturali delle
istituzioni belghe, anche di quelle connesse alle
istituzioni europee.
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qui la sintesi della ricerca belga in lingua italiana
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Il
Regno Unito
ha una lunga tradizione nell’autoproduzione musicale.
Sin dagli anni Ottanta, la scena musicale di questo
paese ha avuto un influente ruolo nel determinare
le nuove correnti creative e professionali nel settore
della musica, nell’ambito dell’uso creativo della
tecnologia e dei software per la composizione e per
la registrazione dei dischi. Ed essendo il mercato
britannico molto influente, al pari di quello USA,
nel resto del mondo, ha di conseguenza creato un modello
per altri musicisti di altri mercati e paesi.
Le
etichette musicali on line (ossia accessibili mediante
un sito in internet) sono, secondo il database di
Virgilio.it, (allegato alla ricerca italiana) più
di 300. Una minima parte sono etichette filiazioni
delle majors, le altre sono indipendenti. Un mercato
in apparenza quindi decisamente nuovo, reattivo, attento
alle opzioni della Rete. Ma non è esattamente così.
Il mercato italiano
rischia di contrarsi ulteriormente rispetto agli ultimi
disastrosi 3 anni, che ha condiviso comunque con il
resto del mondo occidentale, dove l’industria discografica
tradizionale è ovunque in crisi, benchè secondo valori
numerici diversi.